martedì , 10 dicembre 2019
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EDUCA: anche nel campo della disabilità serve un’alleanza tra scuola e famiglia

Nell’incontro promosso da Consolida testimonianze di vita e professionali

 

A palazzo Fedrigotti, ragazzi, educatori, insegnanti e genitori si sono confrontati sulla necessità di una nuova cultura del fare rete. Ivo Lizzola pedagogista dell’Università di Bergamo: “Di competenze ne abbiamo costruite tantissime. Ci manca l’attenzione, la qualità dello sguardo. Nell’incontro di oggi siamo partiti dalle storie, non abbiamo parlato di patologie e questo è un fondamentale cambio di paradigma. Noi guardiamo l’ombra di ciò che manca non pensiamo abbastanza a tirar fuori la luce nascosta”

Quando si è di fronte a situazioni di fragilità – come la disabilità e i bisogni educativi speciali – c’è ancora più bisogno di una relazione forte fra scuola e famiglia, ma anche con le molte altre organizzazioni coinvolte, come quelle sociali e sanitarie.

In Etichette sociali, l’incontro promosso a Palazzo Fedrigotti da Consolida e dalle cooperative sociali in collaborazione con il Forum delle Associazioni Familiari del Trentino e con i dipartimenti Istruzione e Cultura e Salute e Politiche Sociali della Provincia autonoma di Trento, a partire da esperienze di vita e professionali si è cercato di capire come accompagnare bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali o con disabilità in un percorso di crescita in cui le loro condizioni di fragilità non si tramutino in marchi indelebili. I passaggi dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro e alla società richiedono infatti un’alleanza tra tutti gli attori coinvolti perché siano momenti di crescita per i bambini e i ragazzi. Quando ci sono bisogni educativi speciali e disabilità, questa alleanza ha bisogno di un approccio culturale di rete, di continuità, di spazi e strumenti affinché le condizioni di fragilità non determinino percorsi forzati slegati da diritti, desideri e risorse.

Nel dialogo moderato da Elisabetta Tomasi, delegata dell’area scuola per Consolida, si è partiti dalle storie di disabilità e fragilità raccontate direttamente dai protagonisti: Michele, 21 anni, ha descritto la sua esperienze scolastica, le difficoltà che chi ha la sindrome di down può incontrare in particolare durante il percorso delle superiori, ma anche la soddisfazione per i progetti di inserimento lavorativo avviati grazie alla cooperazione sociale.

Gianluca, invece, il classico ragazzo che alle scuole medie veniva etichettato come ribelle e incapace di stare seduto sui libri, ha spiegato come un progetto di attività laboratoriale promosso da una cooperativa sociale in una scuola del Trentino si sia trasformato nella chiave di volta per migliorare il suo rendimento scolastico e da lì cambiare la propria vita fino a portarlo ora a gestire un’azienda.

Al confronto è stato portato poi il punto di vista anche degli educatori che lavorano all’interno delle scuole: Cristiana Betta, della cooperativa CS4 di Pergine, ha presentato il percorso di un ragazzo con ritardo cognitivo sottolineando l’importanza di partire dall’ascolto e dalla fondamentale collaborazione tra tutti gli attori coinvolti: servizi sociali, sanitari, scuola, famiglia ed educatori. Una rete coesa e che ha permesso di far crescere gradualmente i suoi spazi di autonomia fino a consentirgli di ricoprire un ruolo di responsabilità in un laboratorio occupazionale.

Al seminario non si sono solo analizzate buone prassi, ma anche elementi che inibiscono una efficace strategia di rete. Paola Lutti della cooperativa sociale Kaleidoscopio ha raccontato di un ragazzo di 20 anni, attualmente è inserito in un progetto per l’acquisizione di prerequisiti lavorativi, della cui storia a parlare sono più di tutto i numeri: sei scuole, sette educatori, 2 insegnanti di sostegno, un logopedista, una neuropsichiatra, sette assistenti sociali, per non parlare della quatità di insegnanti che si sono avvicendati nella sua esperienza scolastica. In questo caso il moltiplicarsi di figure di supporto è stato portato ad esempio quale emblema di una rete fragile che non riesce unirsi e ad esprimere riferimenti significativi.

Il Forum delle Associazioni familiari del Trentino ha infine portato il punto di vista dei genitori sottolineando come ci sia bisogno di aiutare le famiglie ad acquisire consapevolezza e informazioni per la gestione dei diversi passaggi in particolare, dalla fine del ciclo scolastico in poi.

Per Ivo Lizzola, dell’Università di Bergamo e a cui è stato demandato il compito di tracciare un bilancio del confronto, “La questione centrale è l’attenzione verso l’individuo. Di competenze ne abbiamo costruite tantissime, ci manca l’attenzione, la qualità dello sguardo. Nell’incontro di oggi siamo partiti dalle storie, non abbiamo parlato di patologie e questo è un fondamentale cambio di paradigma. Non c’è più tempo da perdere nel creare un tessuto sociale solidale. Sennò una nuova cultura della selezione rischia di prevalere. I ragazzi con fragilità, ma direi tutti i ragazzi, hanno bisogno di essere ascoltati e non di essere solo al centro di cure e attenzioni anche se pluricompetenti. Le etichette – ha dichiarato il pedagogista – servono solo provvisoriamente, ma poi devono lasciar spazio alle storie. Noi guardiamo l’ombra di ciò che manca non pensiamo abbastanza a tirar fuori la luce nascosta. Questo è lo sforzo unisono cui è chiamato chi vuole creare una nuova cultura del fare rete”.

Cogliendo i suggerimenti del professor Lizzola, Elisabetta Tomasi ha concluso l’incontro con la proposta di costituire un tavolo di confronto tra istituzioni, scuole, famiglie e privato sociale per porre le basi per una futura prassi condivisa che non sia lasciata alla sensibilità dei singoli o alla capacità espressa da specifici contesti.

 

Fonte: http://www.educaonline.it/le-schede-di-educa-immagine-2-2/